Vairri, "La Pace di Atran"

Aspetto

Vairri è un'Isola Minore, larga sei chilometri nel punto più ampio e con una superficie di 23 chilometri quadri. La popolazione residente è di 1390 persone, principalmente umani.
La Grande Ancora è una stele rocciosa di granito scuro, sulla quale cresce una pianta di vite. La vite è parte dell'Ancora, e i suoi rari frutti sono pregni di essenza eterica dell'Ambra.
L'attività principale è quella agricola e l'allevamento di bestiame. Grazie alla benedizione di Atran (mantenuta da una scheggia del suo bastone sacro, sepolta qui dal Dio) i campi producono tre, o più, raccolti l'anno, e il bestiame è assurdamente prolifico. Vairri è anche un luogo di culto del Dio Atran molto frequentato dai devoti.

L'isola si sposta rapidamente su una traiettoria ampia e irregolare coprendo 60 chilometri al giorno. La sua Ancora ha una potenza di 13 Taun, e appartiene alla categoria delle Erranti Ospitali.

Il Gerbillo Furioso e la leggenda di Atran

Il Gerbillo Furioso è una locanda piccola ma ricca di storia.
Secoli fa Vairri era spoglia e desolata, e i suoi abitanti sopravvivevano di commerci e baratto, in virtù dell'abbondanza di contatti con le altre isole accanto alle quali sfrecciava. Per lo stesso motivo era anche preda di continui saccheggi e conquiste da parte di eserciti in viaggio verso l'uno o l'altro fronte. Una vita grama, ma la povertà del terreno scoraggiava gli invasori dal rimanere a lungo, e anche gli eserciti si limitavano a passare.
Un giorno, assieme a commercianti e viaggiatori, sbarcò a Vairri un giovane, bello come la luna e recante un bastone incantato, carico di frutti. La gente dell'Isola lo accolse con l'usuale ospitalità, e questo parve sorprendere molto il viandante. Anche quando ammise di non avere nulla da scambiare, ne denaro per comprare alcunché, gli venne offerto un pasto e un luogo dove riposare in attesa di ripartire.
Il bel viaggiatore rivelò allora di essere Atran, figlio della grande Airis e custode della sua staffa, che offre tanti frutti quanto un campo e un frutteto. E ricambiò ampiamente l'accoglienza ricevuta, elargendo anche cure e benedizioni ai malati. Al protrarsi del giorno, quando si presentò l'occasione per ripartire, volle ripartire, ma gli abitanti di Vairri lo pregarono di rimanere ancora. Pensando che fossero avidi dei suoi doni Atran accettò, sapendo ciò che gli abitanti di Vairri ignoravano, ovvero che durante la notte avrebbe preso il suo aspetto bestiale, e ogni abitante della piccola isola sarebbe morto sotto i suoi artigli crudeli. Entrò quindi in una taverna, per attendere il tramonto assieme alle ignare vittime.
Nella taverna si trovava anche una guaritrice della Luce, la quale riconobbe Atran e, intuendone le intenzioni, informò in segreto il taverniere. Riuniti pochi uomini decisero il da farsi, con la scelta se cercare di mandarlo via o persino ucciderlo. Intanto continuarono a versargli da bere e a servirli pietanze, mentre con musiche e chiacchiere lo distraevano. Poco prima del tramonto Atran era gonfio di cibo e vino, quasi svenuto al suo tavolo. Il più forte dei presenti impugno quindi il bastone magico del Dio, e si preparò ad usarlo come arma per uccidere il giovane prima che mutasse in bestia. Morì il giorno invece, e il sangue del Dio non venne sparso, nonostante l'appetito del Dio si fosse fatto spaventoso. Venne condotto invece nelle cantine, un posto più sicuro per i presenti.
Quando il giovane prese la forma di mostro gli uomini ebbero paura di entrare nella cantina, e alla fine solo il taverniere e la guaritrice - sostenuta essa dalla fede - rimasero nell'interrato. Gli altri abitanti rimasero fuori, portando ogni cosa che l'isola offriva.
Quando non rimase nulla da portare in sacrificio alla fame del Dio, era anche troppo tardi per cercare di ucciderlo. Il suo bastone era mutato come il suo padrone, diventando un albero maestoso che dispensava frutti e acqua purissima. Ma nessuno era forte abbastanza per strapparne anche un solo ramo, e quel che donava non era gradito all'appetito della bestia nera. Non era rimasto che offrire gli stessi abitanti, quando dalla cantina si levò un rombante russare. Il taverniere e la guaritrice uscirono in silenzio, la porta venne chiusa, e assieme atteserò l'alba.

Quando Lhumha si mostrò in cielo l'albero fatato riprese il suo aspetto di bastone, ben piantato nel terreno. L'ansia che aveva attanagliato i cuori di tutti si dissolse, e si levò un grido di esultanza. Gli abitanti di Vairri festeggiarono lo scampato pericolo, e al suo risveglio Atran si unì a loro, nuovamente umano nell'aspetto e nuovamente benvenuto. Sotto la sua benedizione apparvero frutti nei campi e bestie nelle stalle, come se ogni cosa fosse stata partorita dalla terra stessa, e non vi fù botte che non suonasse piena di vino.
Prima di sera Atran si preparò a partire. A dispetto della paura, alcuni avrebbero voluto nuovamente averlo ospite ma i più, e il Dio stesso, ritennero necessario che lasciasse Vairri. Quindi Atran impugno il suo bastone, ma non lo estrasse dal terreno prima di averne spezzato la punta, cosi che rimanesse sepolta nell'Isola.

"Questa è la mia benedizione e il mio segno - disse il Dio - e in questo luogo non verserò mai sangue innocente. Si guardino invece gli altri dal recarvi tormento, perché non vorrò perdonare". Con queste parole varcò un Ponte e disparì.

Da allora Vairri non è stata più soggetta a invasioni, e i suoi abitanti sono tra i più pacifici del Sigillo. I pochi crimini sono però puniti con mano ferrea, durante tribunali che si tengono rigorosamente tra il tramonto e l'alba.
La terra è fertile oltre ogni immaginazione, e il bestiame cosi prolifico da eccedere ai bisogni degli allevatori. Per ogni aspetto, Vairri è un luogo benedetto.

La taverna dove Atran passò quella memorabile notte divenne luogo di pellegrinaggio, e il taverniere la trasformò costruendo stanze per gli ospiti al piano terra e al piano superiore, e spostando la taverna vera e propria nel sotterraneo. E' qui che la gente ama riunirsi, e nessun atto violento ha mai disturbato le prelibate cene che i proprietari, da molte generazioni, preparano per i viandanti. Molte generazioni, in effetti, da quando quel taverniere - di cui si è dimenticato il nome - prese in moglie la coraggiosa guaritrice, e fondò la sua dinastia.

L'attuale taverniere è Giacco, un uomo dall'aspetto gentile e dalla grande fantasia in cucina. A lui si deve il cambiamento di nome della taverna, che per lungo tempo era stata nota solo come "Taverna della Bestia". Tutto al giorno stesso della sua sua nascita, quando gli abitanti erano andati a cercare sul neonato i segni del sangue di Atran, che secondo la leggenda scorre nei discendenti del taverniere. Altre volte, nel corso delle generazioni, erano emersi segni chiari: bambini dotati di precoci talenti sacerdotali, o dal fisico sproporsionato. Giacco recava un segno ben più chiaro e allarmante, in quanto nacque già con tutti i denti ben formati. Timorosa, la gente implorò la madre di annegarlo, prima che il calare del sole lo trasformasse in un mostro nero.
"Voi temete che diventi un orso o un lupo nero, come il Dio Atran - replicò la madre - Ma quardatelo! Piccolo come è, al massimo può mutare in un gerbillo!"
Di fronte a tanta sicurezza venne a mancare il coraggio di uccidere il neonato, e nonostante i timori, il bambino passò la notte senza perdere il suo colorito roseo. Così la paura passò, ma il soprannome di "gerbillo" rimase. E da lì, quando ereditò la taverna, questa prese il nome di "Gerbillo Furioso".

Giacco crebbe forte, e quando superò l'età in cui spuntano i denti, nessuno pensò più al segno di Atran. Anzi, mentre molti suoi fratelli sono irsuti e grossi, Giacco è robusto ma snello, e la sua testa calva non ricorda certo il manto di una bestia. Ma chi lo conosce sa che lui, probabilmente il solo nel Sigillo, è in grado di usare la magia sacra della Luce durante il giorno, e quelli del Buio la notte. Lungamente le Chiesa di Atran lo hanno corteggiato perché si unisse al loro clero, ma Giacco preferisce di gran lunga il mestiere di famiglia.
L'ultima leggenda su di lui è recente, non più vecchia di due anni. Si racconta che un avventuriero attaccabrighe, avendo bevuto più birra di quanta potesse pagarne - e di quanta potesse reggerne da sobrio - scatenò una rissa accusando Giacco di aver gonfiato il conto. Nella confusione Giacco lo sollevò, trasportandolo fuori dalla taverna dove gli impartì una sonora lezione. In quella occasione, secondo i molti testimoni, il cranio di Giacco sfoggiava una corta criniera eburnea.